venerdì 1 luglio 2016

Come va, Anna?


Chissà dove sei, dopo tutto questo tempo. Com’è facile affondare nella palude dei ricordi, quando ti arrabbiavi e la colonna delle note della 1° C era un solo, ininterrotto susseguirsi di note. Che nessuno, oramai, leggeva, che nessuno puniva, ma che tutti leggevano.
Perché quelle note erano un atto d’amore: misuravi la tua incapacità di farli innamorare delle buone lettere, di quelle che scaldano il cuore, che allungano il respiro. Dopo tanto tempo te lo posso anche dire: era tutto inutile. A quell’età, con gli ormoni che impazzano, è impossibile che s’accorgano delle chiare, fresche e dolci acque del Petrarca, al più avvertono le rime di Cecco Angiolieri, lo scapigliato rapper del ‘200.
Eppure, non demordevi. E pensavi al tuo branco di gatti, alla tua legione di orfani che aspettavano sotto le bombe, in un pianeta che sta esplodendo dal dolore che accumula. E ne scrivevi, Dio come ne scrivevi bene!
E nessuno se n’accorgeva, nessuno andava a chiedere ad Anna Grenno da Mallare perché scrivesse, pochi si sono accorti di te. Che peccato.
La tua lotta, impari, per riuscire ad adottare qualche orfano di Chernobyl o della Jugoslavia, per nutrirli con qualche gioia, qualche fiaba, qualche gatto del tuo branco che tenesse loro compagnia.
Oh, Anna…io sono un prosatore! Non ho la poesia che scorre nelle vene, non riesco a poetare in prosa…tu ci riusciresti, lo so…non riuscivi a distaccartene! Chissà se capirai il mio scrivere così rozzo…perdonami.
So che lo farai.
Un giorno o l’altro ti verrò a trovare, col mio mazzo di fiori per te, te lo consegnerò trepidante, senza attendere una risposta.
Perché, sai Anna, quando vidi quel manifesto listato a lutto, dapprima fu incredulità, poi la sensazione che un treno merci – di quelli pesanti, che arrancano su per la Langa – mi fosse arrivato sul muso e m’avesse trascinato in un tourbillon di ricordi…woman in black forever…il tuo avanzare deciso nel corridoio…la mente assorta in chissà quale rima…fiut!, svanita.
Per fortuna te ne sei andata in un attimo, dalla valle di lacrime al regno delle ombre, senza soffrire: la chiamano “la morte del giusto”. E tu lo eri, anche se pochi se ne sono accorti.
Ciao, Anna.